Patata dell'Alto Viterbese IGP: la buccia gialla dei terreni vulcanici
di Giano di Vico — 2026-08-08

La patata non posa. Esce dalla terra con un poco di polvere addosso, guarda il coltello senza entusiasmo e poi, in cucina, fa ciò che sa fare: nutre. Nell’Alto Viterbese questo tubero ha una carta d’identità precisa, l’IGP, e una terra che parla chiaro: l’area è la parte più a nord del Lazio, fra il lago di Bolsena, l’Umbria e la Toscana, nel complesso vulcanico-vulsino. Non serve gonfiarla con parole miracolose: basta cuocerla bene.
La storia nel terreno
Il disciplinare della Patata dell’Alto Viterbese IGP comprende i comuni di Acquapendente, Bolsena, Gradoli, Grotte di Castro, Latera, Onano, San Lorenzo Nuovo, Valentano e Proceno. I terreni sono di origine vulcanica, con formazioni laviche e piroclastiche; il microclima risente dell’influenza del lago di Bolsena.
Il disciplinare ammette diverse varietà di Solanum tuberosum, tra cui Monalisa, Agata, Vivaldi, Marabel, Arizona e Agria. Il tubero IGP deve avere forma ovale o ovale allungata regolare, buccia gialla e liscia, polpa gialla, con calibro da 40 a 75 millimetri. Finalmente una carta d’identità che non serve a renderla vanitosa: serve a riconoscerla.
Come si fa, dalla terra al piatto
La semina è prevista dal 15 febbraio al 15 maggio; la raccolta, manuale o meccanica, dal 15 giugno al 30 settembre. Il momento giusto arriva quando la buccia non si lacera allo sfregamento con le dita. È un dettaglio concreto, contadino, quasi tattile: la patata dice da sola se è pronta, purché qualcuno abbia voglia di ascoltarla.
In cucina ci sono ricette locali indicate dal disciplinare, come minestra con l’orloge, pasta e patate e una frittata di patate senza le classiche uova. La polpa gialla, il vapore che esce da una patata appena aperta, la consistenza compatta al morso: sono tutte ragioni sufficienti per non ridurla a una purea senza nome. Il supermercato ci perdonerà, ma una patata non deve viaggiare travestita da prodotto generico per essere comoda.
Dove trovarla
Cercate in etichetta “Patata dell’Alto Viterbese” con la sigla IGP e la varietà, come richiede il disciplinare. La fonte ufficiale spiega anche confezionamento e tracciabilità: una lettura utile prima dell’acquisto.
Poi lessatela, arrostitela, mettetela in minestra. Nel giallo della polpa e nell’odore buono della cucina ritroviamo un pezzo di terra vulcanica che non ha mai avuto bisogno di farsi chiamare superfood.