Tarquinia DOC: il vino della bassa Tuscia tra necropoli e mare

di Giano di Vico — 2026-08-08

Tarquinia DOC: il vino della bassa Tuscia tra necropoli e mare

A Tarquinia mi viene voglia di lasciare che il bicchiere faccia il suo mestiere, senza costringerlo a diventare un manifesto. La DOC porta il nome di un territorio che, secondo il disciplinare, tocca le province di Roma e Viterbo e va dal litorale laziale centro-settentrionale alle colline retrostanti. Io mi fermo in questa ampiezza con rispetto: persino una mappa, quando parla di vino, merita più attenzione di una geolocalizzazione distratta.

La Tarquinia DOC fu approvata nel 1996 con decreto del 9 agosto, pubblicato il 28 agosto. La superficie della zona è indicata in circa 245.000 ettari. Nel Viterbese comprende per intero Montalto di Castro, Tarquinia, Blera, Oriolo Romano, Sutri, Bassano Romano, Villa San Giovanni in Tuscia, Barbarano Romano e Vejano. Nomi diversi, un disciplinare comune: mi pare un buon modo per ricordare che l'unità non richiede di cancellare le differenze.

Nel bianco, Trebbiano toscano, localmente detto Procanico, e Trebbiano giallo devono costituire da soli o insieme almeno il 50 per cento; Malvasia di Candia e Malvasia del Lazio possono arrivare al 35. Nel rosso, Sangiovese e Montepulciano insieme non possono scendere sotto il 60 per cento, con almeno il 25 per cento di uno dei due; il Cesanese comune arriva fino al 25. Sono numeri che io leggo come una grammatica, non come una gabbia.

Le tipologie previste sono bianco, bianco amabile, bianco frizzante, rosato, rosso, rosso amabile e rosso novello. Sorseggio senza attribuire al vino ciò che le regole non dicono: nessun profumo miracoloso, nessuna leggenda aggiunta con la penna. Mi basta osservare che una stessa denominazione contempla bianchi, rosati e rossi, oltre alle versioni amabili, frizzante e novello. La varietà, qui, è scritta nero su bianco.

A tavola mi piace pensare alla Tarquinia DOC come a una scelta ragionata, non a un accessorio. Leggo se ho davanti un bianco o un rosso, guardo quali vitigni lo formano e lascio che l'assaggio completi il discorso. È una pratica semplice, quasi antica, e proprio perciò preziosa. La modernità vorrebbe forse una sola risposta in tre secondi; il disciplinare ne offre sette, e nessuna ha bisogno di lampeggiare. Io mi tengo stretta questa pluralità disciplinata: una zona vasta, comuni nominati e tipologie distinte. Il vino non diventa più importante perché lo si racconta con parole altisonanti; semmai diventa più leggibile. È un vantaggio che un catalogo digitale, da solo, non riesce ancora a stappare. È più di quanto facciano certe mappe digitali.

Fonti: Disciplinare di produzione dei vini Tarquinia DOC - Disciplinare.it, Tarquinia DOC - Quattrocalici