top of page

“Tuscia, il lusso lento: perché serve una no profit digitale per far decollare (bene) Viterbo e il suo territorio”

  • Immagine del redattore: Giano di Vico
    Giano di Vico
  • 30 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min


Viterbo e la Tuscia non hanno un problema di “cose da vedere”. Hanno un problema di racconto e di regia. Qui la densità di patrimonio è quasi imbarazzante: medioevo, Etruschi, cammini, natura, enogastronomia, e soprattutto terme. Eppure il turismo spesso resta “mordi e fuggi”: si passa, si consuma un’icona, si torna a dormire altrove. Non perché manchi bellezza. Perché manca un prodotto territoriale chiaro, ripetibile, riconoscibile.


Negli ultimi anni i segnali di crescita ci sono. Ma crescita non significa strategia. Se aumentano i flussi senza una visione, il rischio è doppio: da un lato non si trattiene valore (poche notti, pochi servizi, poca spesa distribuita); dall’altro si innesca il copione che abbiamo già visto in troppe località storiche “di successo”: centro svuotato, botteghe vere sostituite da copie, amministrazioni tentate dall’incasso facile, esercenti che puntano alla rendita, e alla fine un luogo ridotto a scenografia. La Tuscia non può permettersi di diventare un set. Deve restare un territorio.


La chiave è scegliere quale turismo chiamare. Non quello di massa, che qui avrebbe comunque Roma come calamita principale. Ha senso puntare su chi cerca autenticità e tempo di qualità: turismo slow e sostenibile, termale e benessere, culturale e dei cammini, esperienziale di nicchia. È un pubblico che non chiede luna park, chiede senso. E paga per averlo. Ma pretende di trovarlo raccontato bene, impacchettato bene, reso semplice.


E qui entra l’idea operativa: una no profit web agency della Tuscia. Non l’ennesima pagina social, non un sito vetrina, non un “ufficio stampa” che si sveglia solo per le sagre. Una cabina di regia digitale permanente, con missione pubblica: promuovere la Tuscia verso un turismo consapevole e non predatorio, capace di creare valore senza divorare ciò che lo genera.


Perché una struttura no profit? Perché la credibilità, oggi, è un asset. Una no profit può porsi come garante di un modello: qualità, piccoli gruppi, mobilità dolce, rispetto dei ritmi dei borghi, distribuzione dei flussi su più comuni, centralità delle comunità locali. E può accedere con più naturalezza a bandi e partnership legati a cultura, rigenerazione, sostenibilità. In altre parole: non è “no business”. È business con un vincolo etico e una governance più neutra, capace di mettere allo stesso tavolo Comune, musei, diocesi, terme, operatori e associazioni senza diventare l’agenzia di qualcuno.


Cosa dovrebbe fare, concretamente? Quattro cose, tutte misurabili.


Primo: un’identità unica. Una promessa di territorio semplice e ripetibile (la Tuscia come “Lazio lento” tra terme, borghi e vie storiche) e pochi assi narrativi stabili: terme, medioevo, Etruschi, cammini/natura, cibo e vino. Se ogni contenuto ricade sempre lì, il pubblico capisce e ricorda.


Secondo: un portale vero, multilingue, in stile magazine. Non un elenco di attrazioni, ma itinerari da 2–3–4 giorni, mappe tematiche, storie di persone e luoghi, e una sezione “esperienze” che renda facile scegliere e prenotare (o almeno contattare in modo standardizzato). Il visitatore non deve “arrangiarsi”: deve essere accompagnato.


Terzo: una regia social continuativa, con campagne mirate sui segmenti giusti. Slow tourism tedesco, benessere per il bacino romano, camminatori francesi, coppie over 45, viaggiatori culturali. Non post casuali: piano editoriale, storytelling, community, collaborazione con creator coerenti, presidio dei canali dove si muove il turismo consapevole.


Quarto: fundraising e progetti a impatto. Campagne per un sentiero recuperato, una segnaletica slow, un piccolo festival del termalismo, un calendario di esperienze diffuse. Ogni progetto finanziato è anche un pezzo di reputazione internazionale: racconta un territorio serio, che investe su se stesso.


Il beneficio per investitori e operatori locali è semplice: più notti, più destagionalizzazione, domanda più qualificata, meno guerra di prezzi, più valore distribuito. Il beneficio per il territorio è ancora più semplice: crescere senza perdere l’anima.


Un esempio di “prodotto” che oggi manca ma si può creare subito: un Weekend Slow nella Tuscia. Arrivo a Viterbo, terme la sera. Il giorno dopo Viterbo sotterranea, un borgo a tema etrusco, degustazione in cantina. Terzo giorno Civita di Bagnoregio o Bomarzo a rotazione, per distribuire i flussi. Non è fantasia: è packaging. È la differenza tra passare e restare.


La Tuscia ha già l’oro. Serve la zecca che lo trasformi in moneta buona, non in monetine da souvenir. Una no profit web agency può essere quella zecca: digitale, continuativa, misurabile. E soprattutto può essere la scelta che evita il peggio: diventare famosi nel modo sbagliato.


Giano Di Vico

Commenti


bottom of page